Un provvedimento che costerà milioni di euro di soldi pubblici all’anno per tenere in vita artificialmente aeroporti incapaci di sostenersi e che il mercato ha già condannato
L’annuncio del presidente Michele De Pascale — la tempistica rispetto alle ultime vicende che riguardano l’aeroporto di Parma a quanto pare non è una coincidenza — riguardo il nuovo piano di sviluppo del trasporto aereo per l’Emilia Romagna sembra incentrato sulla riduzione delle tasse aeroportuali per gli scali minori.
Tuttavia, analizzando i dettagli e le dinamiche di mercato, l’idea di De Pascale solleva forti perplessità, configurandosi non come una strategia di sviluppo ragionato, ma piuttosto come l’ennesimo esempio di approccio politico estemporaneo, frutto di pressioni sui decisori politici e sulle istituzioni da parte dei gruppi d’interesse legati a quegli stessi aeroporti minori a cui ora si vogliono elargire aiuti pubblici a pioggia.
La tesi principale di De Pascale è che la crescita del solo aeroporto di Bologna “non basta” e che sia necessario sviluppare l’intero “sistema regionale” a prescindere dall’utilità, efficienza e remuneratività di ogni suo aeroporto. L’idea di “ridurre le tasse aeroportuali” a pioggia per i soli scali minori dimostra soltanto che la politica regionale sta ignorando il giudizio espresso dal mercato. In Emilia Romagna, al massimo, possono sopravvivere due aeroporti: Bologna e Rimini.
Vettori come Ryanair, l’operatore chiave per molti scali regionali, hanno già “azzerato” le tratte per la stagione invernale 2025-2026 sugli aeroporti minori. Questo è un segnale di mercato chiarissimo: gli scali come il Giuseppe Verdi di Parma non hanno mai generato il traffico necessario per giustificare un investimento duraturo delle compagnie aeree e registrano da decenni risultati economici disastrosi che continuano a finire in larga parte sulle spalle dei cittadini.
È qui che emerge l’incapacità della politica di operare scelte dolorose ma necessarie. Invece di tagliare i “rami secchi” e concentrare gli sforzi verso una maggiore efficienza del sistema, il piano sembra optare per una strategia di aiuti elargiti a pioggia.
Un provvedimento che costerà milioni di euro di soldi pubblici all’anno per tenere in vita artificialmente aeroporti cronicamente in perdita e che il mercato ha già di fatto condannato. Si tratta di un approccio miope, che rischia di bruciare risorse pubbliche nel vano tentativo di tenere in vita infrastrutture aeroportuali non competitive, con l’illusione di una crescita che non potrà mai essere sostenibile.
Il paradosso è evidente: mentre il piano di De Pascale vuole “sviluppare tutto il sistema”, il mercato continua a premiare Bologna, l’unico aeroporto che ha dimostrato negli anni di crescere e produrre profitti costantemente.
La riduzione delle tasse aeroportuali, pur se applicata, non sposterà magicamente il traffico da Bologna agli altri scali, ma si limiterà a fornire artificialmente un aiuto temporaneo a realtà incapaci comunque di sostenersi. Quando gli aiuti pubblici finiranno, il sistema tornerà a mostrare le sue debolezze, dimostrando che quelle risorse pubbliche non hanno creato valore per la comunità, ma hanno soltanto posticipato l’inevitabile sprecando risorse preziose.
In conclusione, il piano aeroporti dell’Emilia Romagna rischia di diventare un caso da manuale su come non utilizzare il denaro pubblico. Sostenere aeroporti, come quello di Parma, che non hanno l’interesse del mercato, senza un vero piano e senza il coraggio di rendere il sistema più efficiente tagliando i rami secchi, è un atto di debolezza politica. L’incapacità di accettare che non tutti gli scali sono destinati a prosperare porta a una politica assistenzialista, inconcludente e contro il mercato, che, a lungo andare, non farà altro che dissipare denaro pubblico in interventi effimeri, senza portare alcun beneficio al sistema dei trasporti regionale.

